World Bank’s Lighting Africa 2008 Development Competition

Fuel cell per illuminare l'Africa
Sviluppate particolari fuel cell funzionanti con residui organici
Con il finanziamento di 200.000 dollari hanno inizio i primi sviluppi delle MFC

Un team dell'università di Harvard, diretto da Hugo Van Vuuren ha recentemente vinto la competizione "World Bank’s Lighting Africa 2008 Development Competition", ottenendo un finanziamento di 200,000 dollari

Lo scopo di questa sfida è quello di stimolare i ricercatori mondiali a fornire una soluzione a basso costo e basso impatto ecologico in grado di produrre una fonte di illuminazione per gli abitanti africani. Hanno partecipato 400 organizzazioni e le ultime 52 finaliste sono state invitate ad Accra nel Ghana per le premiazioni che hanno coinvolto le 16 migliori soluzioni.

La difficoltà maggiore è quella di produrre una sorgente luminosa economica che non sia tossica e quindi rinnovabile. Attualmente una grande quantità di africani utilizza lampade alimentate a kerosene o candele, che sono estremamente inadatte all'uso nelle loro case piccole e poco ventilate.

Van Vuuren insieme a Sephen Lwendo, David Sengeh, Alexander Fabry, Zoë Sachs-Arellano e Aviva Presser ha fondato un'organizzazione chiamata Lebônê, con lo scopo di fornire una fonte di energia low cost per l'Africa. La loro idea vincitrice consiste nell'aver ideato delle fuel cell composte da residui microbici di spreco(MFC, Microbial Fuel Cell), capaci di offrire energia sufficiente per far accendere delle particolari lampade, ovvero Led costruiti con dei polimeri (PLED, Polymer light emitting diode).

Le MFC hanno l'enorme vantaggio di funzionare sempre: notte e giorno con pioggia, con sole e senza vento, cosa che pannelli solari o generatori eolici non garantiscono. Queste fuel cell, sviluppate originariamente dal professore di biologia di Harvard Peter Girguis, funzionano recuperando l'energia prodotta dai microbi quando decompongono la materia organica durante il loro metabolismo. In pratica basterebbe scavare una buca e riempirla di scarti animali e vegetali e posizionando un anodo e un catodo all'interno di essa si verrebbe a creare un circuito elettrico in grado, ad esempio, di ricaricare una batteria.

Questo principio risulta poco utile se impiegato nelle nostre case perchè per poter illuminare un LED è necessario un metro cubo di materiale organico. Con la quantità di energia utilizzata da noi normalmente e con la scarsa disponibilità di spazio sarebbe impensabile utilizzarla in case raggiunte dalla corrente elettrica. D'altro canto l'assenza totale di manutenzione, la richiesta di poca tecnologia e facilità di assemblaggio rendono l'idea appetibile per ambienti in cui non esiste l'elettricità come ad esempio molti vilaggi africani.

La Lebônê in luglio inizierà un programma di test di 10 dispositivi in 10 diverse case in Tanzania, ai piedi del Kilimanjaro. Se si rivelerà positivo, inizierà l'installazione in questo stato africano utilizzando i finanziamenti ricevuti. Il passo successivo sarà in Namibia, in collaborazione con l'organizzazione Namibia Connection Youth Network. Secondo i dati della banca mondiale solo il 26 % della popolazione africana ha accesso all'elettricità.

Ivan Sala (Voceditalia.it)

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