Mali d'Africa - Il racconto di Alexa a Bamako (Mali)

Arrivo a Bamako (Mali) - "In passato, quando gli uomini giravano il mondo a piedi, e cavallo o per nave, il viaggio dava loro il tempo di abituarsi al cambiamento. I panorami scorrevano con lentezza, la scena del mondo si spostava poco alla volta. Un viaggio durava settimane, mesi. L’uomo si adattava per gradi al nuovo ambiente, un po’ per volta…oggi di questa gradualità non resta più niente. L’aereo ci strappa bruscamente alla neve ed al gelo e il giorno stesso ci scaraventa nell’abisso ardente dei tropici…".

La prima cosa che mi colpì appena scesi dall’aereo fu la terra rossa… questa immagine mi accompagna ancora oggi, viva nei miei ricordi. Un colore così intenso che è difficile da dimenticare. Ho avuto modo nei due mesi seguenti di imparare a convivere con questa terra, con la polvere che circonda e ricopre ogni cosa…



I primi giorni li ho passati nella capitale; vivo è il ricordo dei colori, dei rumori che mi circondavano. Essendo io e Flavia arrivate in Mali nei giorni seguenti la fine del Ramadan, tutta la popolazione era in festa, uomini e donne vestivano abiti tradizionali coloratissimi, la gente era molto allegra.

La prima impressione fu quella di un estremo disordine, colori quasi frastornanti, rumore assordante di voci, musica e traffico.

Bamako, la capitale, è una grande città caratterizzata da molto traffico; le macchine danno origine a numerosi imbottigliamenti ed ingorghi; la gente cammina ovunque riempiendo i marciapiedi, attraversa ovunque ed affollava i numerosi mercatini lungo le strade dov’è possibile trovare ogni sorta di manufatto, cibo, ed oggetti di uso quotidiano. Inizialmente mi muovevo seguendo Flavia, stordita dalle molte novità che mi circondavano. Non capivo la lingua e non essendo tutti in grado di parlare francese, mi sembrava impossibile riuscire a comunicare con le persone, cercare di capire o trovare un senso in tutto quello che vedevo.

I primi quattro giorni abbiamo analizzato il progetto, passando molte serate sulla terrazza della casa dove alloggiavamo, in un quartiere ricco di Bamako Faladje Sema. Flavia mi raccontava le sue precedenti esperienze fatte in Mali, tentando di farmi un quadro della situazione ed io cercavo di raccogliere più informazioni possibili, che potessero aiutarmi a dare ordine alla realtà che mi circondava. Le nostre giornate erano frenetiche poiché girare la città risultava un’impresa difficile; bisognava contrattare per il prezzo del taxi, o cercare di capire la direzione giusta in cui dover prendere i bachè carichi di gente. Arrivate in centro città cercavamo di recuperare il materiale necessario per poter lavorare a Oualia. Ci si recava a mangiare, spesso acquistando il cibo direttamente dalle donne che lo cucinavano per la strada. Quando alla sera, dopo una giornata frenetica, tornavamo a casa, io nel letto da sotto la zanzariera ascoltavo prima di dormire i suoni della città che arrivavano fino a noi, le voci delle donne e dei bambini, il Moazin che dalla vicina moschea chiamava alla preghiera; la sua voce giungeva a me come un canto. La soluzione più semplice per capire la realtà del posto era quella di uscire per strada ed di osservare la gente, ma, una città così grande e così diversa da quelle a cui ero abituata mi intimoriva, inoltre mi sono resa conto che cercavo di leggere quella realtà con i miei schemi mentali, cercavo di dare ordine classificando o facendo rientrare ciò che vedevo in schemi adatti alla nostra società non certo adatti a comprendere la complessa realtà africana.

In viaggio verso Oualia (Mali) - Il quarto giorno dal nostro arrivo eravamo pronte per partire alla volta di Oualia. Il villaggio, che dista dalla capitale 519 Km, si trova nella prima regione: quella di Kayes, a sud-ovest del paese verso il Senegal.

La stazione è un luogo in perfetta coerenza con la realtà locale: un luogo caotico, ottimo per concludere affari. All’ingresso ci sono le donne che danno vita ad un coloratissimo mercato, vendono borse da viaggio ed è possibile acquistare cibo: dalle uova alle arance sbucciate o meno. Molti uomini svolgono la funzione di facchino o sono specializzati nel servire ottimo tè caldo servito nei tipici bicchierini, le donne vendono pasti caldi cucinando miglio o riso.

Il treno percorre la linea ferroviaria costruita ai tempi del colonialismo francese che collega la capitale del Mali Bamako al Senegal arrivando alla città di Dakar.

Anche il treno è in perfetta sintonia con la stazione e la linea ferroviaria essendo un vecchissimo e sgangherato treno degli anni ‘30 francese: non ci sono le porte da chiudere prima della partenza, ma data la bassa velocità con cui avanza non è molto pericoloso stare vicino alle porte di salita e discesa.

Ci siamo fortunatamente sistemate, comodamente sedute, e con un ritardo di 30 minuti siamo partite…e secondo il parere di Flavia, eravamo in perfetto orario.

Focale è il ruolo che il treno assolve come punto di incontro e commercio per i villaggi che sono situati lungo la linea ferrata; ad ogni stazione il treno è letteralmente circondato dalle donne che portano adagiati sulla testa cesti colmi di cibo o bevande: dalla manioca alle verdure, alle sempre presenti arachidi, c’è anche chi acquista polli e li adagia sotto il sedile del treno. Ci sono villaggi specializzati nella costruzione di sgabelli di legno che le donne utilizzano per sedersi durante le faccende da sbrigare.

Come avrò modo di osservare da vicino nei villaggi supervisionati nella Comune di Oualia, la presenza del treno è un’occasione di scambio e quindi di commercio e ricchezza: tramite il treno arrivano prodotti altrimenti introvabili nei villaggi in brousse, e costituisce una fonte di reddito per le donne che, caricato il cesto sulla testa ed il figlio più piccolo sulla schiena, si recano al treno per vendere. La compravendita avviene sporgendosi dal finestrino il più possibile e, dopo aver contrattato sul prezzo, facendo cascare le monetine possibilmente nel cesto delle donne che, in cambio, porgono la merce acquistata. A causa del mio scarso francese non mi sono azzardata a effettuare questo tipo di compravendita…

Finalmente nel tardo pomeriggio, dopo 9 ore di viaggio, siamo giunte in prossimità del villaggio di Oualia; ho fatto amicizia con il capo vettura (poiché ogni vagone è sotto la responsabilità di un addetto alle ferrovie) al quale più volte ho domandato per che ora fosse previsto il nostro arrivo ma le sue risposte sono sempre risultate vaghe.

Dal finestrino per quasi tutto il viaggio si poteva scorgere soltanto quella che viene chiamata brousse ossia la savana: qualche pianta che conservava ancora qualche foglia verde, corsi d’acqua in secca, arbusti ormai rinsecchiti, enormi piante di baobab a perdita d’occhio. Infine abbiamo cominciato a costeggiare delle colline, e sotto una di queste, vicino ad un fiume si trova il villaggio di Oualia, il viaggio in treno era terminato.

Il villaggio di Oualia - La stazione è molto semplice, costituita da una costruzione con due soli locali, regno incontrastato dove il Capo Stazione ha pieno potere, come io stessa ho potuto constatare quando mi ha fatto pagare più caro il biglietto del treno per tornare a Bamako.

Il villaggio è diviso in due quartieri: il primo chiamato Oualia Gare, è ovviamente adiacente alla stazione. In questa zona ci sono la maggior parte dei negozi stipati di roba, con il tetto di lamiera, dove è possibile trovare di tutto, dal cibo alle stoffe per confezionare dei capi di vestiario. Vicino alla stazione c’è anche il mercato. Il carico arriva il lunedì, in questa occasione si trovano molte verdure e frutti, durante la settimana si trovano solo cipolle e pomodori. Tutto quello che per noi è alla portata di un qualsiasi supermercato, risulta molto difficile da reperire.

Nelle vicinanze della stazione c’è un “macellaio”, la sua bottega ha un’enorme forno. La carne è appesa al sole coperto da una tettoia di paglia e viene grigliata sul momento. Si macellano normalmente agnelli, ma bisogna arrivare presto, altrimenti non si trova nulla.

Percorrendo una strada che attraversa interamente il villaggio si arriva a Oualia Ba, dove c’è la nostra casa, il CSCom, la scuola e il Comune. Il villaggio si estende seguendo il corso del fiume, il Bakoye l’unico in questa zona che non si prosciuga durante la stagione secca

Sulle rive del fiume le donne coltivano i loro orti, avendo la possibilità di avere a portata di mano l’acqua. A Oualia ci sono tre pompe per l’acqua potabile, ma non esiste un sistema di fognature né condutture per l’acqua, manca l’elettricità, ci sono solo due telefoni. Tutti i giorni le donne si recano al pozzo più vicino per procurarsi l’acqua per poter sbrigare le faccende domestiche e cucinare.

Nel villaggio di Oualia ho vissuto due mesi, condividendo con Flavia ed il coordinatore del progetto di A.P.S., la casa che è di proprietà dell’associazione Veterinari Senza Frontiere (VSF).

Le giornate passavano lente, scandite dal lavoro che man mano si decideva di svolgere con Flavia.

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